Interviste

Intervista all’autrice: Roberta Barbi

Un saluto a voi lettrici e lettori!

Questa volta la protagonista dell’intervista è Roberta Barbi, autrice del libro “Fa sempre 11” pubblicato da “Scatole Parlanti”.

Per recuperare il mio parere vi basta cliccare qui.

Intervista

1 – Come è nata l’idea di scrivere il tuo libro “Fa sempre 11”

Parto un po’ da lontano. Era giugno 2019 e io stavo completando il corso di Narrativa 2 presso la scuola di scrittura Omero di Roma. Senza la scuola, senza il mio insegnante Enrico Valenzi che mi ha seguito capitolo dopo capitolo, e senza mio marito che l’anno prima mi aveva regalato questo corso per il compleanno, il romanzo oggi probabilmente non esisterebbe. Insomma, Enrico all’ultima lezione, dopo avermi corretto una quantità innumerevole di racconti, mi dice: “Beh, ora devi fare il grande salto, scrivere un romanzo”. E io: “Ma va, mica sono capace!”. E lui: “Ok, pensaci tutta l’estate, se cambi idea a settembre mi chiami, altrimenti… è stato bello conoscerti”.

Io inizio a pensarci sempre più seriamente e mi ritrovo a sfogliare il “quadernetto delle buone idee” dove avevo preso l’abitudine di appuntare un pensiero, uno spunto che mi pareva buono, un frammento di dialogo che ascoltavo e che mi incuriosiva o divertiva… “Fa sempre 11” è nato così: da un’idea per un racconto che si è… allargata, diciamo, e sicuramente anche da un briciolo di follia. Ovviamente a settembre ho telefonato a Enrico.

2 – Mi descriveresti il tuo romanzo con tre aggettivi?

Schietto, coraggioso e originale, ma sono tre aspetti legati tra loro. Naturalmente è il primo quello cui tengo di più: volevo raccontare la maternità com’e è davvero, senza fronzoli, libera dalle sovrastrutture della società e dagli orpelli che ci ha inculcato la nostra cultura. Nessuno ti dice com’è, davvero, diventare genitori, la gioia ma anche la fatica, le rinunce che pesano, e non deve più essere un tabù il pensiero di non farcela che in Chiara si acutizza talmente tanto da farla scappare.

È importante, per me, che i lettori che sono anche genitori non abbiano paura di immedesimarsi in Chiara e che i lettori che figli non ne hanno o non ancora, possano ottenere un’interpretazione diversa, probabilmente più veritiera, di quello che comporta la genitorialità. Da queste scelte derivano anche il coraggio e l’originalità, perché credo che da questi punti di vista il mio romanzo sia un unicuum.

3 – Un pregio e un difetto di Chiara, di Monica e di Adele?

Chiara è una figlia del suo tempo e del suo contesto socioculturale. È cresciuta convincendosi che facendo tutto per bene, laurea, lavoro, matrimonio, figli, sarebbe stata felice; invece quando ha realizzato che i suoi sogni erano in realtà i sogni che gli altri avevano per lei, non ce l’ha fatta ed è crollata. Ma poi ha saputo ricostruirsi. La sua fuga non è dettata dalla paura, al contrario dal coraggio.

La sua ricostruzione avviene anche grazie all’incontro con due punti di riferimento che evidentemente le mancavano nella sua vita precedente: la migliore amica e la mamma, Monica e Adele. Monica è una donna che ha vissuto il lutto dei lutti e deve fare i conti ogni giorno con il proprio senso di colpa, e in questo senso è l’archetipo della donna per eccellenza. Adele è la semplificazione dell’universo femminile, un ritorno alle origini in cui farebbe bene a tutte immergersi. Grazie a queste due donne Chiara scopre cosa significa “fare rete”, un concetto purtroppo sconosciuto nelle nostre città, ma l’unico strumento capace davvero di salvare il mondo.

4 – Quali sensazioni hai provato durante la stesura del romanzo?

È stato incredibile. Non mi era mai capitato, neanche nel mio lavoro di giornalista, di scrivere qualcosa in maniera così definitiva e veloce. Sembrava che le pagine si scrivessero da sole, che le parole avessero un’urgenza estrema di uscire dalle mie dita e fissarsi sulla pagina in maniera ordinata e… sensata.

I capitoli si susseguivano uno all’altro, la prima stesura è andata molto bene, con pochissime correzioni, e in pochi mesi “il mio terzo figlio” era nato. Fortuna ha voluto che alcuni di questi mesi coincidessero con il lockdown del 2020, che perciò non mi è pesato più di tanto, anzi, è un periodo che ricordo come estremamente ispirato e stimolante dal punto di vista creativo.

5 – Ti è mai venuta la tentazione di agire come Chiara e fuggire?

Non solo mi è venuta, ma mi viene ogni volta che i miei bimbi mi fanno disperare! Scherzi a parte, ricordo sempre una frase che mi disse un’amica psicologa in tempi non sospetti, cioè quando ancora non ero neppure sposata: “Una mamma che ogni giorno non sogni di scappare lontano dai propri figli non è una mamma sana”. È un pensiero consolatorio, che evidentemente mi ha lavorato dentro per tanto tempo e alla fine ha ‘partorito’ il romanzo. Chissà.

6 –Ci racconti qualcosa del titolo?

Sono stata a lungo indecisa tra due titoli. In origine avevo chiamato il romanzo “Un’altra me”, per sottolineare che quello che raccontavo, quel tipo di mamma, poteva essere ognuna di noi, che quella storia, seppur estremizzata, era la storia di tutte. Poi ha prevalso “Fa sempre 11” perché volevo che il giochino che Chiara fa con i suoi figli non rimanesse relegato al rango delle ossessioni ma ottenesse l’importanza narrativa che merita, perché in effetti rappresenta il primo campanello d’allarme sullo stato d’animo della protagonista… e poi è una formula accattivante, che incuriosisce, azzeccata per un titolo.

7 – Ci puoi raccontare, se c’è, un aneddoto sul tuo libro?

Quando il romanzo è iniziato ad arrivare nelle mani di amici e conoscenti, una volta che avevano letto la sinossi, quelli con cui abbiamo più confidenza hanno iniziato a prendere in giro mio marito sul fatto che in pratica gli stavo mandando un messaggio neanche troppo subliminale. Questo mi ha fatto riflettere: forse ho pensato poco ai lettori uomini e in effetti nella storia i pochi personaggi maschili presenti non fanno una gran bella figura, ma a mia discolpa posso dire che la figura che io sento più vicina, per alcuni aspetti, è il marito di Chiara: non a caso si chiama Roberto…

8 – Come ti descriveresti con tre aggettivi?

Me ne basta uno: obiettiva. Ho sempre fatto dell’obiettività una ragione di vita: non solo nel lavoro, ma anche nella vita privata, nelle amicizie, nella famiglia, per questo sono spesso risultata una persona “scomoda”. La mia sincerità maniacale mi rende tuttora, spesso, un’incompresa, ma io, non senza qualche lacrima, tiro dritto e mi rifaccio sempre alla saggezza evangelica per cui non faccio ad altri ciò che non vorrei fosse fatto a me. E poi sono una pasionaria. Ecco, ne ho trovati tre: obiettiva, sincera e appassionata.

9 – Quali sono le tue passioni e hobby?

Lettura e scrittura sono due attività che colonizzano il poco spazio-tempo libero che questa fase della vita mi consente. Ma dal momento che le considero due azioni che dovrebbero essere parte non solo della mia, ma della personalità di chiunque – essenziali come l’acqua e l’aria – e non hobby, nella categoria hobby e passioni inserisco invece i viaggi, la fotografia e la cucina, sia ricercata che praticata. Spesso si intersecano. Insomma: tutto ciò che nutre, bene, la mente e il corpo.

10 – Infine una curiosità: qual è stato il tuo ultimo libro che hai comprato e/o letto?

In questo periodo mi trovi un po’ impaludata tra due libri che mi accompagnano da diversi mesi e che non riesco a lasciarmi alle spalle. Il primo è “La follia è una bara di cristallo” di Ray Bradbury, tradotto in Italia anche come “Il cimitero dei folli”, ma io mi sto cimentando con la versione precedente che è integrale. Adoro Bradbury, ma sto trovando questo libro davvero ostico, difficile da seguire e ricostruire narrativamente.

Il secondo è “L’assassinio del commendatore” di Murakami, altro scrittore che adoro, che, invece, rappresenta solo un ostacolo fisico, visto che supera le ottocento pagine. Ci tengo a dire che non sono solita lasciare i libri a metà – da qui la mia impasse – ma neppure sono solita iniziarne due insieme. È stato un caso: avevo lasciato Bradbury sul comodino della mia stanza da letto quando mio figlio piccolo si è ammalato di Covid e l’ho isolato lì; così, per sicurezza, in quei giorni ho iniziato, nei ritagli di tempo, a leggere Murakami, che avevo pescato tra i non letti della libreria in corridoio. Il risultato è che ancora oscillo tra i due, ma ne uscirò. Vittoriosa.

Biografia

Roberta Barbi vive a Roma, dove lavora come giornalista presso Vatican News Service. È co-autrice e co-conduttrice del programma radiofonico I Cellanti in onda su Radio Vaticana. Nel 2011 ha scritto a sei mani la Guida alle librerie indipendenti di Roma (Nda Press). Nel 2019 ha vinto il contest “Racconti nella Rete” di LuccAutori e nel 2020 la prima edizione del Premio “Quasimodo” per la Narrativa. Fa sempre 11 è il suo primo romanzo.

Grazie di aver riposto alle mie domande!

Ciao
Gabrio

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