Interviste

Intervista all’autore: Daniele Morgese

Buongiorno lettrici e buongiorno lettori,

oggi vi voglio proporre l’intervista a Daniele Morgese, autore del libro “I negativi” edito “Giulio Perrore Editore”

Se volete potete recuperare la mia recensione cliccando qui.

Intervista

1 – Come è nata l’idea di scrivere il tuo libro “I negativi”?

Appena terminata l’università ho dovuto attendere i concorsi per l’insegnamento. Per un anno e mezzo ho lavorato in un’azienda agricola, sporcandomi le mani di terra. Sentivo la necessità di tenere il cervello sveglio. Guardando una serie di documentari sulla guerra fredda ho scoperto l’affascinante storia di Riccardo Ehrman, il giornalista italiano dalla cui domanda è iniziato l’effetto domino che ha portato all’apertura dei varchi tra le due Berlino. Mi è sembrata intrigante per poter continuare il percorso personale che avevo iniziato, scrivendo racconti brevi, su come le cose cambiano, se si cambia la prospettiva e sul rapporto tra la Storia con la S maiuscola e le vite degli uomini. Ovviamente il romanzo poi non assomiglia minimamente alla prima idea, ma lo spunto, il seme, è stato quello.

2 – Mi descriveresti il tuo romanzo con tre aggettivi?

Queste domande mi mettono sempre parecchio in difficoltà. Sicuramente è un romanzo: Progressive, come la musica, perché inizia lento, ma poi l’andamento cambia, cresce e accelera sul finale al quale arrivi col fiatone; Bipolare, perché si alternano momenti di estrema tensione ad altri che continuano a farmi ridere tutte le volte che li rileggo; Sospeso, perché i tasselli con cui il lettore si approccia per comprendere i personaggi mutano spesso, variando i giudizi e portando alla perdita di ogni appiglio. Anche perché, come nella vita reale, siamo tutti narratori inaffidabili.

3 – Un pregio e un difetto di Andrès, di Gianluca Auterri e di Martina?

Volevo creare personaggi che fossero imperfetti, difettosi, negativi. Quindi non faccio fatica a trovarli: Andrès è arrogante e non si accorge di essere ancora un bambino. Gianluca è un autosabotatore e Martina è una viziata. Ma potrei continuare all’infinito, con l’incapacità di comunicare di tutti e tre, l’ostentazione di una finta sicurezza. Questo non esclude che abbiano dei pregi, ma la loro umanità sta proprio nella loro irregolare esistenza.

4 – Quali sensazioni hai provato mentre lo scrivevi?

Ho scritto questo romanzo in sette anni, in cui ho cambiato lavoro, cinque case, quattro città, tre regioni. Mi sono persino sposato. Mi ha accompagnato per un quinto della mia vita. Quindi fondamentalmente ho provato tutto il catalogo possibile di emozioni ed è fondamentalmente cresciuto con me. Però sentivo costantemente l’ansia di questa storia che non riuscivo a completare. Il mio buon proposito per molti anni è stato terminarlo. Lo avvertivo come un grande sogno ma anche una spada di Damocle che pendeva sulla testa. Quando è arrivato il Lockdown ho pensato: se non lo finisco ora, non lo chiudo più.

5 – Hai trovato qualche difficoltà durante la stesura? Se sì quali?

Scrivere una storia lunga significa srotolare dei fili che ad un certo punto bisogna riportare ad un ordine. La vera difficoltà è stata rendersi conto che il percorso che inizialmente avevo previsto per quei fili non assomigliava più a quello che i personaggi avrebbero scelto seguendo il proprio istinto, il proprio carattere. Ho dovuto ricalibrare tutto. Nel primo progetto, Andrès lo avremmo visto alla fine in Ucraina o in Turchia, trasformato in un reporter di guerra.

6 – Com’è il tuo rapporto con la fotografia in generale e con le foto?

Sono un pessimo fotografo ed un soggetto altrettanto indecente. Ma adoro l’arte fotografica, con una passione scontata ma devastante per McCurry. Nel mio romanzo non è uno strumento casuale. All’università ero rimasto sconvolto dallo scoprire che scatti assolutamente celebri come “the falling soldier” di Robert Capa o il bacio tra il marinaio e l’infermiera a New York alla fine della seconda guerra mondiale sarebbero stati costruiti o peggio casuali, come anche le composizioni di McCurry. Ma cosa vuol dire questo? Toglie il merito a chi le ha scattate? La fotografia riesce a cristallizzare un momento in un mondo che è un fluire in cui gli istanti acquisiscono sempre minor valore. Ma mi fermo, altrimenti sbrodolo un discorsone lunghissimo,

7 – Ci puoi raccontare, se c’è, un aneddoto sul tuo libro?

Ce ne sono tanti, sia in fase di scrittura che di promozione. Ne racconto due veloci: La conversazione che Gianluca e Lorenzo hanno sulla spiaggia c’è stata realmente, tra me e due miei cari amici, ma molto tempo prima che arrivassi alla redazione del capitolo. Semplicemente una mattina, dopo aver fatto quella chiacchierata, sono tornato a casa e l’ho messa nero su bianco. Mentre scrivevo il romanzo mi è tornata in mente e l’ho adattata. È stato come scoprire sotto il divano il pezzo di un puzzle che non trovavo.

Il secondo riguarda la presentazione fatta a Genova. Avevo appena letto il capitolo in cui Gianluca se la prende con Martina, dicendole che assomiglia a “quella stronza di sua madre”. Arriva una persona ad acquistare il libro e mi dice che non crede che non ci sia nulla di autobiografico. Al che gli rispondo: “Ma secondo lei, se fosse veramente biografico, avrei mai letto quel pezzo davanti alla madre di mia moglie che è in sala?”.

8 – Come ti descriveresti con tre aggettivi?

Io non amo descrivermi. Sono una persona molto schiva e che non va d’accordissimo con i social. Ovviamente, scrivendo un romanzo, so che una minuscola parte di me è diventata inevitabilmente pubblica. Ma finché posso, preferirei tenere un velo di privato. Mi limito ad usare le parole di qualcun altro: un “Girardengo appena più basso e rock”.

9 – Quali sono le tue passioni e hobby?

Ci sono due streghe che hanno rovinato la mia vita, che era destinata ad un florido futuro da commercialista di paese: la musica, alternative rock, e la letteratura. Ho persino un passato da mediocre bassista, ma che mi ha divertito tantissimo. Sono anche un tossicodipendente dello sport, esponente emerito della fede in Wardell Stephen Curry, di cui mi onoro di aver ricevuto la canotta per Natale. Ma non si tratta di passioni o hobby, quanto di vere e proprie maledizioni che mi porto e che fatico a gestire. Perché non so rilassarmi e vivo tutto con estrema intensità. Però se ne devo scegliere una, tengo la letteratura, che è anche la mia professione, perché ci sono giorni in cui non vedo l’ora di rimettermi a letto per continuare la storia che sto leggendo.

10 – Infine una curiosità: qual è stato il tuo ultimo libro che hai comprato e/o letto?

Sono uno di quelli che viene terribilmente definito “lettore forte”, pur dedicandomici soltanto quando viaggio o prima di dormire. In questo momento sono nel bel mezzo di Una vita come tante di Hanya Yanagihara, ma nel frattempo ne ho già comprati tre che non vedo l’ora di leggere, in particolare Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh. Ma se dovessi dire il libro più bello del 2021, non avrei dubbi: Eureka Street di Robert McLiam Wilson

Biografia

Nato in provincia di Bari nel 1986, vivo e insegno Letteratura e Storia alle superiori a Genova. Negli ultimi sette anni ho provato a scrivere il mio primo romanzo.

Grazie di aver risposto alle mie domande.

Alla prossima

Gabrio

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