Ciao lettrici e ciao lettori,
qui sotto trovate una nuova intervista. La protagonista è Sara Notaristefano autrice del libro “La città dalle finestre chiuse” pubblicato da Les Flâneurs Edizioni
Intervista
1 – Chi è Sara Notaristefano e che tipo di scrittrice sei?
Sono un’insegnante di Lettere, una moglie e mamma felice ma, soprattutto, una donna allergica alle etichette, anche a quelle che farebbero tanto comodo…
Come scrittrice, oltre a occuparmi di narrativa, mi dedico spesso alla stesura di saggi e recensioni.
I miei romanzi non intendono mai intrattenere e non sono l’espressione del mio ego. La mia scrittura predilige l’introspezione e la denuncia sociale. Mi rivolgo a lettori e a lettrici che non vogliono essere “rassicurati”, che non cercano conferme ma interrogativi, orizzonti ulteriori, spunti di riflessione, perché non pretendo di dare risposte. Intendo condividere con loro il mio sguardo sulla società contemporanea, analizzando le dinamiche per le quali la sfera individuale e quella collettiva si condizionano reciprocamente.
2– Come, o da dove, è nata l’idea di scrivere il tuo libro “La città dalle finestre chiuse”?
Il romanzo è nato sia dall’indignazione, covata per anni, per le ingiustizie subite da Taranto, sia dalla mia esperienza ventennale di insegnante. A Merano, dove ho vissuto e insegnato per più di dieci anni prima di tornare a Taranto, sono stata Figura Strumentale per lo Sportello Psicologico d’Istituto e membro del Team antibullismo e cyberbullismo.
3 – Mi descriveresti il tuo romanzo con tre parole?
Indignato, scomodo, costruttivo.
4 – Ci racconti qualcosa di Gabriella prima del tragico evento?
Gabriella è una studentessa del primo anno del liceo classico. È intelligente, sensibile, idealista. Studia con notevole profitto, suona la chitarra, sogna una Taranto orgogliosa della propria storia millenaria. Gabriella sa di avere una marcia in più rispetto a molti suoi coetanei ma ciò non la rende felice, orgogliosa: si sente diversa, distante e incompresa dai compagni. Non si confida con i genitori perché vuole proteggerli da un dolore che pensa di poter gestire da sola, con il risultato di autoisolarsi ancora di più.
5 – Il titolo, indubbiamente, ha un significato particolare: ci puoi raccontare qualcosa al riguardo?
La città del titolo è Taranto. Le finestre chiuse si riferiscono ai wind days, ossia i giorni nei quali il vento proveniente da nord-ovest disperde nelle zone limitrofe all’ex Ilva, soprattutto nel quartiere Tamburi, sostanze inquinanti e pericolose per la salute. In quei giorni, viene imposto agli abitanti dei Tamburi di chiudere le finestre, di barricarsi in casa, per proteggersi dalle polveri e dai minerali prodotti dall’acciaieria. Le finestre chiuse sono quindi una metafora interpretabile in più modi: rappresentano una protezione, qualcosa che permette la sopravvivenza o che, in realtà, impedisce alla gente di vivere?
6– Quali sono le tematiche trattate e qual è il punto di forza del romanzo?
Le tematiche trattate sono il disagio adolescenziale, la presunzione degli adulti di conoscere i ragazzi, la scuola abbandonata dalle istituzioni eppure investita del ruolo di risolutrice di tutti i guai del mondo e, ovviamente, le ferite di una città sacrificata sull’altare di interessi altrui. Il punto di forza del romanzo è, a mio parere, il coraggio di affrontare tematiche delicate e attuali evitando tanto la resa alla disperazione quanto il rifugio nell’illusione di poter essere depositari della Verità.
7 – I genitori di Gabriella e la scuola: pregi e difetti prima e dopo la tragedia?
Prima della tragedia, la famiglia di Gabriella appare serena, equilibrata. I genitori di Gabriella sono amorevoli e attenti. La loro unica “colpa”, che colpa non è, è quella di aver vissuto nella convinzione che l’amore potesse garantire serenità e che la cultura proteggesse dalla sofferenza. Dopo la tragedia, i genitori hanno difficoltà nel mettersi in discussione, proprio perché sono consapevoli di aver amato profondamente Gabriella. Reagiscono in maniera differente: Aldo, il padre, cerca conforto nella condivisione del proprio dolore con i membri di un gruppo parrocchiale; Marianna fatica a perdonare il gesto della figlia, accusandola di non aver considerato il dolore che avrebbe causato nelle persone che l’amavano.
Il punto di forza dei genitori è proprio l’amore: anche se sarà difficile, per loro, accettare che l’amore non abbia salvato la figlia, capiscono che esso può trasformarsi e diventare strumento per superare la disperazione. Il romanzo, sebbene inizi da una tragedia, è un percorso di conforto e speranza.
8 – Come mai hai deciso di trattare temi così forti e che sensazioni hai provato durante la stesura?
Come mamma e insegnante, questo è stato il romanzo che ho scritto con maggiore coinvolgimento emotivo. Confesso di aver pianto più volte mentre scrivevo. Non mi era mai successo. Tuttavia, più forte delle difficoltà è stata l’urgenza di condividere il mio punto di vista sul disagio adolescenziale attraverso il rifiuto delle risposte facili tanto strombazzate dai social e dai mass media.
9 – Come ti descriveresti con tre aggettivi e quali passioni/hobby hai nel tempo libero?
Determinata. Orgogliosa. Discreta. Trascorro la maggior parte del tempo libero leggendo. Leggo moltissimo, selezionando i libri con estrema attenzione perché, purtroppo, le librerie sono sature di romanzi che sembrano scritti in serie, variazioni su quei due, tre temi imposti dal mercato. Leggo classici della letteratura italiana e internazionale.
Cerco il gioiello nascosto tra la paccottiglia ostentata sugli scaffali ma non è facile trovarne, perché l’iperproduzione editoriale impone considerevole quantità di prodotti a spese della loro qualità. Amo anche curare le mie piante, disegnare, cantare e ascoltare musica.
10 – Infine una curiosità: qual è stato l‘ultimo libro che hai comprato e/o letto?
Ho appena finito di leggere “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes, una scrittrice, a mio parere, straordinaria, in anticipo su temi importanti come il femminismo anche rispetto a osannate e “sponsorizzate” scrittrici dei giorni nostri.

Biografia
Sara Notaristefano è nata a Taranto nel 1980. Ha vissuto a lungo a Merano (BZ), dove ha insegnato Lettere presso l’IISS Gandhi e ha tenuto conferenze su questioni di genere e sulla letteratura italiana del Novecento con la collaborazione di UPAD Merano e della Società Dante Alighieri, comitato di Merano. Nel 2025 è tornata nella sua città natale, dove insegna presso l’IISS Augusto Righi.
Nel 2012 ha curato un’antologia di testi di canzoni, analizzando i rapporti tra poesia e canzone d’autore: Note di poesia. Canzoni d’autore in lingua italiana, inglese e francese (Stilo).
Dopo alcune pubblicazioni in opere collettanee, nel 2020, il racconto Breve storia di ordinari alibi familiari è stato selezionato tra i vincitori del Premio Velletri Libris. La Giuria, presieduta da Nadia Terranova, ha assegnato al racconto anche la Menzione Speciale.
Nel 2021 ha pubblicato il romanzo La composizione del grigio (Divergenze), selezionato nella cinquina finalista della Prima Edizione del Premio Sant’Elpidio a Mare – Libri a 180o. L’opera è risultata anche tra i romanzi selezionati al Premio Zeno 2021.
Nel maggio 2022 ha pubblicato il romanzo I nomi di Melba (Manni), vincitore del Premio Letterario Città di Siderno 2022 e del Premio ‘Fortuna’ Città di Bari 2024.
Nel 2026 ha pubblicato il romanzo La città dalle finestre chiuse (Les Flâneurs Edizioni), finalista al Premio Europa in versi e in prosa e vincitore della Menzione Speciale di Merito al Premio Grottammare.
Grazie di aver partecipato all’intervista!
Alla prossima
Gabrio